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    April 21

    Tutto per una ragazza

    HORNBY_tutto per una ragazzaTutto per una ragazza, l'ultimo libro di Nick Horby in uscita il prossimo 30 aprile nelle librerie è un racconto che vede come protagonista un teenager, scritto da un adulto per adulti ma che riscuoterà sicuro successo anche nei giovani. La trama vede protagonista Sam, un 16enne amante delle skate che vede il proprio mondo crollargli davanti quando la sua fidanzata Alicia gli confessa di essere in attesa di un figlio. Sam, come molti dei personaggi di Hornby, vive a Islington con la madre, a sua volta una ragazza rimasta gravida a giovane età. Alicia abita mezzo miglio più in là - pochi metri ma un realtà differente - con i genitori e un fratello, in una vecchia grande casa a Highbury New Park. Grazie Hornby grazie alla storia di Sam rivive e rende più vivide le proprie memorie adolescenziali. E così tra le righe si intravede la sguardo di un ragazzo che è testimone del complicato mondo degli adulti e che improvvisamente viene travolto da un inaspettato cambiamento di programma che non potrà non affrontare e che lo fionderà in quel mondo che sino a poco prima vedeva da lontano conocchio critico.
    A dire il vero la prima reazione del ragazzo è proprio quella della fuga, ma ben presto Sam tornerà sui propri passi e inizierà a sognare il futuro del proprio figlio.
    Un bel libro, una lettura piacevole e divertente sopratutto nelle discussioni virtuali tra il ragazzo e il poster del suo eroe, Tony Hawk.
    May 12

    Storia di un amore grande e terrificante

    Occhi blu capelli neri di Margherite Duras è un libro come se ne leggono pochi. Sarà perché la storia è narrata in terza persona (“Lui dice…”), sarà perché le vicende vengono immaginate nello svolgersi di una scenografia teatrale. O forse più semplicemente sarà l’atmosfera perennemente sospesa tra amore e morte, tra fugaci gioie e urla strazianti di dolore. Sta di fatto che nonostante il libro sia composto da poco più di un centinaio di pagine, la lettura del testo per quanto mi riguarda non è stata affatto agevole. I protagonisti sono un uomo e una ragazza, uniti dal ricordo di un giovane straniero “occhi blu capelli neri” che ha fatto breccia nei loro cuori lasciando un segno indelebile. Si conoscono in un caffè in riva al mare: le loro solitudini, i loro malesseri si scontrano, le loro disperazioni collimano e si ritrovano presto a piangere insieme, per tutta la notte sino al mattino. Poi dopo il prologo introduttivo, ha inizio il vero dramma: la scena si trasferisce in una camera al cui centro, sul pavimento, due corpi dormono l’uno accanto all’altro avvolti in bianche lenzuola. Sono l’uomo e la ragazza. L’uomo infatti ha chiesto alla ragazza di fargli compagnia, di poter dormire accanto a lui. Non vuole sapere nulla, anela solo il corpo di lei accanto al proprio come antidoto alla pazzia. Inizia così un rapporto tra due persone che seppur molto vicine, in realtà con la mente risultano spesso lontane, incapaci o forse timorose di lasciarsi andare. Un rapporto di lunghi sonni per tentare di dimenticare, di grandi silenzi, di pianti di rabbia, di sguardi pieni di desolazione, tra due persone attanagliate da un’agonia interiore simile alla morte – la ragazza non a caso spesso si nasconde dietro un fazzoletto di seta nera che per lei rappresenta il sacco che avvolge il volto del condannato a morte – in preda ad un’agonia interiore che li assilla.
    A far da sottofondo al clima di tristezza che spesso invade la stanza durante quegli incontri c’è il suono del mare che risveglia costantemente nei protagonisti desideri e ricordi passati.
    Ancora oggi a distanza di giorni dal termine della lettura, mi è difficile comprendere se il libro mi sia veramente piaciuto o meno. Non è stata una lettura passiva questo no, la tristezza per un amore impossibile ha varcato le pagine del testo trasferendosi in parte anche alla mia persona, ma mi risulta quanto mai faticoso giudicare un’opera che mi ha spiazzato e che forse non ho compreso fino in fondo.

    Margherite Duras
    Occhi blu capelli neri
    Universale Economica Feltrinelli

    April 22

    Memorie di spettri…

    Risulta quanto mai arduo riuscire a raccontare un libro come L’OMBRA DEL VENTO di Carlos Ruiz Zafon senza entrare nel vivo delle storie, senza svelare nulla al lettore che per la prima volta si accinge a leggere il romanzo spagnolo uscito nel 2001 e diventato presto best seller internazionale.
    Il testo, che trova la sua ambientazione iniziale nella Barcellona del 1945 ancora alle prese con i postumi del conflitto mondiale, è infatti un intreccio di vicende e di vite che trascinano in un mondo costantemente in bilico tra presente e passato, nel quale ad amori travolgenti si susseguono macabre scoperte. Tutto ha inizio una mattina d’estate quando l’allora undicenne Daniel viene condotto dal padre nel “Cimitero dei libri dimenticati”, un luogo segreto che ospita i testi abbandonati in attesa del giorno nel quale potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore. La tradizione vuole che chiunque si rechi per la prima volta tra le mura di quell’antico santuario possa scegliere un libro, adottandolo e riportandolo per questo in vita. E così, percorrendo l’intricato labirinto di carta, l’attenzione di Daniel viene attirata da un libro rilegato in pelle color vino col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati: L’ombra del vento di Julian Carax. Appena tornato a casa il ragazzo si immerge nella storia a tal punto da rimanere alzato sino alle prime luci dell’alba pur di terminare il racconto. Tanta è la curiosità attorno all’opera che Daniel inizia pian piano a cercare di reperire informazioni sull’autore che, nonostante il testo a suo parere molto avvincente, pare sconosciuto al grande pubblico. Più il ragazzo cerca di addentrarsi, di conoscere la vita di Carax, più il mistero attorno alla esistenza dell’autore si infittisce nonostante l’emerge di sempre nuovi particolari. Non solo: per uno strano scherzo del destino man mano che passano gli anni, si viene a creare un singolare parallelismo tra la vita del ragazzo e quella dell’autore al quale pur non conoscendolo Daniel si era ormai inconsciamente affezionato. Un libro che, consigliato da una cara amica, si è rivelato una scoperta, un turbine di emozioni e di sorprese che mi ha fatto compagnia per molte serate, in treno, di ritorno dal lavoro. Passioni, allontanamenti forzati, amicizie, illusioni, rancori, tradimenti, gelosie, sentimenti a volte contrastanti legati dal filo del ricordo. Perché, come viene detto nel libro, noi continuiamo a vivere nel ricordo di chi ci ama.

    L’OMBRA DEL VENTO
    Carlos Ruiz Zafon
    pp. 440, Oscar Mondadori

    April 04

    Ultima ora dell’anno 1799. Ululato della tormenta.

    “Questa non è una pièce, è un poema, è – semplicemente – amore.” Con queste parole Marina Cvetaeva presenta Fine di Casanova, il terzo atto di Phoenix, una delle sei opere teatrali in cui l’autrice russa immagina gli ultimi giorni di quello che da molti è considerato il seduttore per eccellenza.
    Giovanni Giacomo Casanova, figlio di attori, studiò legge a Padova, visse a Venezia ma poi visitò Parigi, Vienna e molte altre città europee. La sua fama di scrittore è dovuta ai Mémoires, nei quali narra la propria vita dal 1774 dando un ritratto molto vivo della società settecentesca.
    In Phoenix Marina Cvetaeva narra gli ultimi giorni dell’ammaliatore veneziano: ormai vecchio e zimbello di plebei e aristocratici, è impiegato come bibliotecario nel castello del conte di Wallenstein, tormentato da un passato che ogni giorno appare più lontano, più opprimente, più pesante da sopportare.
    Casanova morì nel 1789 ma l’autrice concepisce con la fantasia un salto temporale grazie al quale i suoi ultimi istanti di vita coincidono con la fine dell’anno 1799 creando in questo modo un intricato connubio tra l’epilogo del secolo e contemporaneamente del suo eroe che, a ben guardare, è anche un parallelismo tra la conclusione del XVII secolo, un’epoca travolta e cancellata dalla rivoluzione francese, e la civiltà rurale russa spazzata via dal potere sovietico nei primi anni del Novecento.
    Ma Casanova nonostante le angherie che lo circondano nella sua senilità, nonostante sia ormai considerato alla stregua di un goffo mobilio rococò, non può lasciare il mondo senza essere amato un’ultima volta, l’ultimo giorno delle sua vita e del suo secolo: “Basta una voce femminile e io risorgo” ribadisce il seduttore veneziano, proprio come la fenice richiamata dal titolo dell’opera.
    Il testo, colmo di passione e intensità emotiva, mostra un personaggio deriso e ferito nell’orgoglio, alle prese con un declino che lo vede allontanarsi sempre più dei fasti delle corti nelle quali alcuni anni prima era stato assoluto protagonista. Un Casanova che nonostante i settantacinquenne conserva pur “nella spaventosa carcassa” la sua eleganza, il suoi occhi indomiti, la sua regalità: “Tutto in lui è sul sottilissimo spartiacque tra il grandioso e il grottesco”. Un’ultima annotazione: il Casanova di Phoenix è anche un omaggio dell’autrice a Aleksej Aleksandrovic Stachovic – attore e maestro di bon ton che scacciato in malo modo dal Teatro dell’Arte al quale aveva dato la vita aveva deciso di farla finita impiccandosi – per il quale la Cvetaeva aveva provato un tenero amore.

    Phoenix
    di Marina Cvetaeva
    Archinto, 2001
    pp. 117.

    January 23

    W il 1921 classe di ferro

    Il libro di Giulio Cisco, La Patria Riconoscente, racconta la storia di un paesino della provincia di Vicenza – Campòn – seguendo la crescita dei diciannove bambini tutti maschi nati nel 1921 in quella piccola comunità rurale.
    Il romanzo narra la tradizione contadina veneta a cavallo tra le due guerre e le istituzioni che l’hanno caratterizzata.
    Il fulcro della vita di allora era la famiglia, divisa tra campi e stalle, con i suoi riti quali l’uccisione del maiale.
    Dopo il nucleo familiare i bimbi conoscevano la religione, tramite le celebrazioni liturgiche, l’asilo infantile e la dottrina cristiana, grazie all’arciprete del paese, un simpatico prelato sempre in allerta per ridimensionare il più possibile i rigurgiti di ateismo fascista e comunista.
    In seguito arrivava la scuola, la maestra con la bacchetta di vimini per controllare la pulizia delle mani, che spesso si trovava a dover dibattere con i genitori che avrebbero preferito i figli al loro fianco ad aiutarli sulla terra.
    Infine nel giugno del 1940 gli altoparlanti danno l’annuncio dello scoppio della guerra: i padri forgiati nelle trincee del Grappa, del Carso e del Piave devono di nuovo rispondere al richiamo della Patria lasciando partire i propri figli per il fronte.
    Molte le destinazioni dei giovani ed inesperti soldati: oltre l’Italia, l’Africa settentrionale e l’Albania, la Grecia e la Russia. Tutte assegnazioni caratterizzate però da un amaro finale. I ragazzi, eroi involontari, vengono mandati allo sbando con eserciti disorganizzati e mal equipaggiati, vite spezzate drammaticamente senza alcun guadagno, senza alcuna conquista.
    Poi l’armistizio, la caduta del Fascismo e i rastrellamenti delle Brigate Nere.
    A Campòn le notizie sulla fine del conflitto però non diedero il via a nessuna festa, ad alcuno trionfalismo: “c’era in giro poca voglia di ridere”. Di un’intera generazione di giovani spazzata via dalla guerra, rimanevano solo i nomi oggi impressi nella lapide di un Monumento ai Caduti.

    p.s.= il libro è stato finalista del premio Campiello 1988

    La Patria Riconoscente
    Giunti Editore, 2005
    Pagg. 182

    January 12

    Love Among the Chickens

    Jeremy Garnet, per cercare l'ispirazione del suo nuovo romanzo, decide di lasciarsi alle spalle Londra per rifugiarsi in un piccolo paesino dalla cui quiete e solitudine spera di poter creare una trama avvincente per il suo nuovo lavoro. La visita improvvisa di un vecchio amico di giovinezza però cambierà in modo radicale i piani del giovane scrittore. L'esuberanza e l'entusiasmo contagiosi del signor Stanley Ukridge, questo il nome dell'ospite inatteso, alla fine avranno la meglio sui propositi di solitaria meditazione di Garnet che deciderà, ignorando le proprie reticenze iniziali, di unirsi al compagno di un tempo in un'inedita avventura. Ukridge, nonostante la sua totale incompetenza in materia, è infatti deciso a tentare la fortuna imbastendo un allevamento di polli a Combe Regis, una cittadina di campagna sulle rive del Devon.
    Invogliando Jeremy con la possibilità di giocare a golf nei campi in cima alla collina a pochi passi dalla futura azienda e sottolineando come sia assolutamente necessaria per il buon esito della speculazione, la presenza non tanto di un allevatore di mestiere, quanto di uno spirito puro non inceppato dalle teorie, Stanley riesce a convincere il signor Garnet a seguire lui e la moglie verso la località turistica scelta come base dell'allevamento di polli.
    Ha inizio così una spassosissima serie di eventi che tra incidenti imprevedibili, incontri inaspettati, amori e gelosie, coinvolgono i tre personaggi, il servitore Beale, il cane Bob, il gatto Edwin, il barcaiolo Hawk, il professor Derrick e ovviamente "zia Elisabeth" e le altre galline.
    Non dico di più, altrimenti potrei rovinare la lettura di un libro - l'opera più nota tra gli scritti giovanili dell'umorista inglese Pelham Grenville Wodehouse – che malgrado si debba far risalire al 1906, risulta ancora oggi divertente, intelligente, coinvolgente e di facile quanto piacevole lettura.

    L'amore tra i polli
    di P. G. Wodehouse
    pp. 154
    Mursia Editore, 2006

    December 14

    Nun pagà manco li cechi…

    “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini è un romanzo sperimentale nel quale l’autore sceglie di mettere al centro della trama una classe sociale fino ad allora esclusa dalla letteratura: le borgate romane, dai giorni seguenti la liberazione sino ai primi anni Cinquanta. E lo fa in maniera diretta, senza il tipico filtro di colui che scrive, narrando le vicissitudini del Riccetto – uno dei protagonisti principali – con il gergo tipico del sottoproletariato romano, ricco di imprecazioni e di espressioni dialettali (uso “verghiano” della lingua). Da un lato questa scelta rappresenta, come sottolineato da diversi studiosi, una sorta di dichiarazione d’amore nei confronti del reale in antitesi all’estetismo tipico del novecento, dall’altro ciò consente all’autore di non prendere una posizione morale, lasciando al lettore, immerso appieno nella storia, la chiave interpretativa delle vicende narrate.

    A ben vedere però le (dis)avventure del Riccetto e dei suoi compagni, la descrizione del loro maturare, del loro passare dalla spensierata età dell’infanzia a quella più problematica della prima giovinezza, sono forse solo un specchietto per le allodole. Il primo attore del romanzo, infatti, non è tanto un ragazzo o un gruppo di ragazzi, quanto la consistenza dei cambiamenti del luogo nel quale questi stanno crescendo, che inevitabilmente finisce con il ripercuotersi nei loro comportamenti, nel loro modo di essere e di porsi nei confronti del mondo. Dopo la guerra, dopo il fascismo, la Roma dei piccoli quartieri rimasti sino allora quasi sospesi in un limbo al riparo dalle innovazioni, è una Roma tutta da ricostruire, che deve trovare un nuovo equilibrio, che deve iniziare a confrontarsi con la grande città, quella borghese, con i suoi ritmi e i suoi costumi differenti. La parte finale del libro quindi, rappresenta forse anche la conclusione di un mondo che sta per essere spazzato via in nome del rinnovamento e del “progresso”. Ma un dubbio una volta letta l’ultima parola assale il lettore: il nuovo, quello che sta prendendo forma, è migliore di quello che ci si lascia alle spalle? Questa la vera chiave di volta del libro come spiega lo stesso Pasolini in una frase riportata nella prefazione di Vincenzo Cerami: “il Riccetto è ormai perso tra gli altri, anonimo: un giovanotto o quasi, che fa il manovale a Ponte Mammolo, chiuso nell’egoismo, nella sordidezza di una morale che non è la sua”.

    Ragazzi di vita alla sua uscita nel 1955 fu bersagliato dalla censura e contribuì a gettare una cattiva luce su Pasolini sin agli esordi: la descrizione dei modi di vivere di alcuni membri della parte più bassa della società fece oltremodo scalpore. Ma in fin dei conti la bellezza del romanzo è riscontrabile proprio nell’umanità del “borgatari” che in balia di un futuro quanto mai incerto, nonostante le difficoltà e la fame, cercano in tutti i modi di trovare nel mondo qualcosa di positivo per il quale valga la pena vivere.

     

    p.s.= il libro figura tra i titoli italiani del recente elenco redatto da Peter Ackroyd e Peter Boxall, i “1001 libri che tu devi leggere prima di morire”.

    October 27

    L’incapacità di prendere decisioni…

    Ho ricevuto in regalo questo libro all’indomani della mia laurea, quando la vita mi sembrava tutta in discesa avendo raggiunto il tanto agognato traguardo del titolo di dottore. Il testo mi è ricapitato in mano a quattro mesi di distanza proprio quando, di ritorno dall’Inghilterra, mi sono ritrovato in balia dell’indecisione circa il nuovo e non ancora delineato corso da dare alla mia esistenza. Per la serie “il destino beffardo”. Non ho potuto quindi fare a meno di essere coinvolto profondamente nella lettura di questo romanzo di Benjamin Kunkel che ho letteralmente divorato nel giro di alcuni giorni. “Indecision” narra le avventure (o meglio le disavventure) di Dwight B. Wilmerding, un giovane di ventotto anni che soffre di esitazione cronica: quando il fato gli pone davanti un bivio lui lancia una monetina per scegliere la strada da percorrere o scrive su un foglietto di carta il suo proposito per l’avvenire.

    A ben vedere, almeno in parte, una giustificazione al suo comportamento si può trovare. È laureato in filosofia ma lavora come centralinista in un help desk per problemi informatici anche se in prospettiva sa già che ben presto potrebbe perdere il suo lavoro a vantaggio della manodopera asiatica a basso prezzo (insicurezza lavorativa). I genitori hanno da poco divorziato e il padre si sta pian piano riprendendo dalla quasi bancarotta seguita alla scoppio della bolla speculativa a cavallo del nuovo millennio (insicurezza economica). Ha una relazione con una ragazza di nome Vaneetha, ma preferisce non legarsi troppo continuando invece a sognare Natasha, la compagna di liceo della quale è sempre stato innamorato (incertezza emotivo-affettiva). Dwight, infine, abita a New York, città che dopo gli atti terroristici dell’11 settembre, vive nell’insicurezza più totale, oscillando tra quesiti sul prezzo dello sviluppo americano e sull’orrore di scoprirsi improvvisamente vulnerabili.

    Tuttavia il ragazzo decide di dare una scossa alla propria esistenza e d’impulso, sotto la spinta di un farmaco sperimentale che Dan, uno dei suoi amici, gli permette di provare, sceglie di partire per l’Ecuador. Alcuni critici hanno definito il libro di Kunkel un “romanzo di formazione” in quanto una volta tornato negli Stati Uniti per la cena di classe - in qualità di rappresentante - Dwight avrà maturato una nuova visione di sé e della propria vita, sbocciata a seguito del viaggio nella giungla, dell’abuso di allucinogeni e di un confronto con una realtà, quella sudamericana, tanto lontana dal benessere medio americano al quale il giovane era abituato.

    Un libro divertente e di facile lettura che ritrae in maniera efficace un’intera generazione di giovani senza chiari obbiettivi nella vita. Un debutto letterario tra i più acclamati degli ultimi anni tanto che presto il testo potrebbe essere portato anche sul grande schermo.

     

    INDECISION

    Di Benjamin Kunkel

    Rizzoli Editore, aprile 2006

    August 27

    Simpson e l'"amore per la sapienza"…

    Che i Simpson, il celebre cartone ideato da Matt Groening, fossero ben più di una semplice striscia animata personalmente l'ho sempre sostenuto (e continuo a farlo con il passare delle stagioni).
    Che la commedia con protagonisti gli abitanti di Springfield fosse non solo una trasmissione ironica e irriverente, ma pure un'intelligente e articolata parodia - ricca doppi sensi e allusioni - della cosiddetta "società occidentale", anche questo da parte mia è sempre stato considerato scontato.
    Tuttavia, per quanto accanito fan della serie, non avrei mai potuto immaginare che la trasmissione potesse diventare un veicolo utile per esplorare questioni filosofiche.
    Così quando nelle librerie è uscito, pubblicato dalle edizioni Isbn, "I Simpson e la filosofia", mi sono subito precipitato a ordinarne una copia, tremendamente incuriosito dal progetto che ambiva ad analizzare le vicende di Homer e della sua famiglia come testa di ponte per alcune discussioni attorno alla filosofia.
    Il testo, interessante esperimento che gli autori (Irwin, Conard e Skoble) hanno fatto seguire alla raccolta di saggi sulla sitcom Seinfeld, è pensato in primo luogo quale incoraggiamento alla lettura di trattati di filosofia per un pubblico non specializzato e in generale propone delle riflessioni sulla realtà e sulla posizione dell'uomo in essa.
    Tra le pagine del libro Homer e Marge sono lo spunto per parlare di Aristotele, Bart introduce all'esame di Nietzsche e Heidegger, Lisa permette una riflessione sull'antintellettualismo americano e su Kant, Maggie consente di esaminare il valore del silenzio tra Oriente e Occidente. Un mix di saggi divertenti e stimolanti che, facendo riferimento ad alcune puntate dei Simpson o citando alcune celebri battute dei più noti personaggi della serie animata, esplorano in maniera accessibile le idee e le opinioni di alcune delle maggiori dottrine filosofiche.
    Una lettura particolare che però con il progredire delle pagine perde un po' del mordente iniziale. Nel finale, infatti, dando spazio a un'analisi più astratta che lascia solo sullo sfondo i "gialli", i testi risultano forse meno accattivanti e di più laboriosa lettura.
    Da sottolineare inoltre, a margine del saggio, la lista degli episodi delle quindici serie dei Simpson sinora realizzate e, nel retro-copertina, un simpatico disegno di Felix Petruska che ritrae in "stile Simpson" alcuni dei filosofi citati nel volume, da Socrate a Kant, da Marx a Nietzsche.
    December 03

    World Wide Fiction

    Chiamatela pure deformazione professionale, ma il testo "DisInformation Technology: dai falsi di internet alle bufale di Bush", sin dal titolo ha saputo catturare la mia attenzione. Il libro di Walter Molino e Stefano Porro analizza il ruolo ambiguo di Internet: rete libera che consente la circolazione delle idee con il gran pregio di poter giungere - almeno potenzialmente - direttamente alle fonti della comunicazione, ma anche potentissimo mezzo in grado di stravolgere la realtà e diffondere menzogne in grado di propagarsi, assumendo credibilità, con incredibile velocità.
    Di particolare interesse, a mio giudizio, il secondo capitolo "United States of Media Control" che sottolinea come in America i mezzi di comunicazione di massa stiano evolvendo da strumenti di informazione ad armi di propaganda politica e di controllo mentale: trovandosi al centro di tensioni economico-politiche-sociali sempre più proibitive, i media hanno stanno man mano perdendo la funzione di verifica delle notizie, limandosi sempre più spesso a pubblicare le informazioni provenienti dalle fonti ufficiali, ma chiaramente di parte, nel bene o nel male. Un esempio: vi ricordare della giovane donna kuwaitiana - Nayirah - che raccontò ai principali network di come gli iracheni fossero penetrati con la violenza all'interno degli ospedali di Kuwait City rapinando le macchine incubatrici? Tutta una montatura! La donna in realtà, alla fine del conflitto del Golfo, si scoprirà essere la figlia dell'ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti, da anni residente a Washington e che ai tempi della sua apparizione televisiva era stata assunta da una agenzia di comunicazione la quale aveva ricevuto una commessa da un'associazione filogovernativa del Kuwait chiamata "Citizens for free Kuwait". E l'obiettività? E l'etica che dovrebbe sottostare alla "missione" giornalistica? Non pervenuta. Ma questo è solo uno degli esempi con i quali gli autori dimostrano la vulnerabilità dei processi alla base delle notizie degli attuali sistemi di comunicazione. Ecco allora i riferimenti al "Luther Blissett Project" che a metà degli anni novanta gettò nello scompiglio alcune redazioni italiane; o alla bufala dei Gattini Bonsai, capace in brevissimo tempo di travalicare i confini della rete e di generare una gigantesca catena di protesta internazionale; al falso scoop francese secondo il quale l'11 settembre 2001 nessun aereo sarebbe in realtà caduto sul Pentagono o a quello datato 2002, su un presunto attentato a Bill Gates.
    Insomma, una breve antologia delle più "tragicamente comiche" manipolazioni dell'informazione che, nell'epoca dei media alla perenne ricerca della spettacolarizzazione che garantisce un alto grado di audience, hanno contribuito all'annebbiamento della realtà che oggi più che mai appare una chimera. Testo snello, di facile e coinvolgente lettura per riflettere sulla credibilità del circuito mediatico. E per non dimenticare di conservare sempre e comunque il proprio spirito critico.

    p.s.= presenta anche la sezione "Vademecum della bufala" ;)

    Molino W., Porro S., DisInformation Technology: dai falsi di Internet alle bufale di Bush, Apogeo 2003, pagg. 111;
    November 17

    L'Enfant de Volupté

    È quanto mai difficile parlare de "Il piacere" di D'Annunzio senza cadere in riflessioni già sentite o in particolari che alla fine potrebbero rovinare la lettura di coloro i quali ancora non hanno potuto assaporare questo capolavoro. Per questo alla prima letta ho subito fatto seguire un'ulteriore analisi del testo per tentare di carpire i sentimenti alla base delle vicende che vedono come protagonista il poeta-pittore Andrea Sperelli, alter ego di D'Annunzio. La storia, a mio modo di vedere, si basa su due filoni che animano gli avvenimenti raccontati nel libro: da una parte l'indole del protagonista - derivata principalmente dall'educazione impartitagli dal padre assieme al quale aveva viaggiato per tutta l'Europa - e, in particolare, la continua tensione a fare della propria vita un'opera d'arte pur nella scrupolosa osservanza del motto "habere, non haberi" (avere, non essere posseduto, vincolato…) senza mai privarsi cioè della propria libertà anche nei momenti di massima felicità. Un'esistenza alla perenne ricerca di nuove sensazioni, di nuove immaginazioni che, occupando lo spirito, allontanino il rimpianto per le occasioni perdute. Strumento per attuare la ricerca dell'agognato piacere ("non c'è arte senza piacere erotico") è il sofisma, che nell'"ingegno malsano del giovine" trova "terreno propizio". Un'arma che a poco a poco finisce con il ritorcersi contro il giovane poeta e che ne impedisce una vera autocoscienza. La falsità si insinua in questo modo nella vita di Andrea: non tanto menzogne verso gli altri quanto verso sé stesso, tanto da non poter mai essere interamente sincero con il proprio io interiore. Il sentimento dell'amore finisce così per svuotarsi della propria carica emotiva: il giovane artista non è mai pago delle relazioni che instaura e solo quando incontra la fatale Elena Muti ha una "sollevazione di gioia". Felicità effimera però, perché basata sul "presentimento del possesso". Ed è forse proprio questo il secondo grande tema del libro, riassumibile nell'interrogativo "l'amore è vincolato (d)al possesso?" Nell'ottica di Andrea il possesso si antepone all'amore tanto da rendere ogni relazione imperfetta: il giovane poeta infatti, inebriato dalla sua brama di dominio, vorrebbe possedere anche il passato della persona per la quale prova attrazione. Ogni legame finisce così per risultare di poco spessore, basato quasi unicamente su una fisicità fine a sé stessa che in ultima tradirà il pittore. Un libro che, in definitiva, racconta la psicologia e le indefinite sensazioni dell'inconscio di un uomo che perduta la donna che egli riteneva unica e insostituibile, sperimenta la malinconia, lo squallore e il processo di autodistruzione proprio della vita estetica: una volta privato dell'oggetto del piacere Andrea è, a causa della resa incondizionata ai sensi, vittima della degradazione, perennemente in bilico tra la donna reale e la donna sognata, tra la donna pura e spirituale (Maria Ferres) e quella sensuale e voluttuosa (Elena Muti).
    May 14

    Il gioco dei sentimenti

    Devo essere sincero: avevo acquistato questo libro di David Leavitt attirato dal titolo, Eguali amori e dalla citazione che apre il racconto: if equal affection cannot be, let the more loving one be me (W. H. Auden). In quest’ultimo periodo cerco romanzi che parlino di amori travolgenti forse per continuare indirettamente ad alimentare il sogno del grande amore della vita. Le prime pagine del libro mi lasciarono tuttavia un po’ perplesso: la famiglia attorno alla quale ruotavano le vicende mi sembrava troppo irreale, troppo artificiosa per destare il mio pieno coinvolgimento e quindi la lettura si era tramutata da piacere a semplice passatempo quasi privo di emozione. Man mano che le pagine lette aumentavano e i personaggi prendevano forma però, la mia distanza nei confronti del testo diminuiva sempre più, facendomi gustare appieno le piccole-grandi avventure che ogni personaggio doveva sfidare. Insomma, dopo una partenza in sordina, anche grazie al linguaggio molto coinvolgente dell’autore, questo testo mi ha sempre più preso, legandomi alla sedia nella frenetica attesa di capire come poi sarebbero andate a finire le cose. Eguali amori narra le vicissitudini di una famiglia americana “media” e dei rapporti non sempre limpidi e sereni tra i vari componenti del nucleo familiare: Luise, la madre, frustata dai continui malanni fisici e tormentata dal rimorso per un’occasione persa che avrebbe potuto realizzare le proprie aspettative; Nat, il padre e marito non proprio fedele, un professore travolto dall’avvento delle nuove tecnologie che lo hanno reso ormai quasi obsoleto; April, la figlia, una cantautrice femminista perennemente impegnata nei suoi concerti e Danny, il figlio più piccolo, avvocato omosessuale che convive con il suo collega Walter nel New Jersey. Ma, è bene sottolinearlo (come anche indicato nella postfastione di Fernanda Pivano) l’omosessualità di alcuni personaggi del libro è quasi irrilevante e anzi al centro della narrazione c’è semmai la notevole somiglianza dell’esperienza gay e di quella eterosessuale. La bellezza del testo è forse proprio il fatto che la pagine descrivono una serie di fotografie, quelle appunto di un album di famiglia: i vari ritratti delineano personaggi che conducono vite non pienamente felici, a volte intrise di dubbi e di desideri che sembrano scappatoie verso realtà completamente diverse, che si trovano davvero uniti soltanto davanti a un letto d’ospedale e a una situazione di dolore. E’ un’opera che parla anche del difficile quanto traumatico passaggio all’età adulta, ricca di responsabilità ma avida di sogni: ogni persona rimane comunque impegnata nella ricerca della propria stabilità, di un equilibrio che appare però, in alcuni frangenti, quanto mai utopico. David Leavitt in definitiva racconta, con uno stupefacente realismo distaccato, “il tormentato rapporto tra due genitori che la vita ha tradito e la ricerca che i loro figli fanno di altre diverse forme d’amore e di famiglia”.

     

    EGUALI AMORI

    itolo originale: Equal Affections

    1988 David Leavit

    Oscar Mondadori, pag. 304

    April 08

    Una pila di solitudine e senso di colpa

    Il romanzo di Robert McLiam, Il dolore di Manfred, racconta la vita di uomo di origine ebraica, che giunto ad una vecchiaia ormai avanzata, sente avvicinarsi la morte e, in fondo al suo cuore, spera che questa possa liberarlo del senso di colpa che come un malore, lo attanaglia. In questa sua lotta per la sopravvivenza però, Manfred risulta essere completamente solo: la sua è una presenza effimera, quella di un uomo esiliato dal mondo, che come un fantasma si aggira per i parchi di Londra nella remota speranza di poter ritrovare la pace. Abbandonata la famiglia per l’enorme rimorso, in base a un tacito accordo, conserva tuttavia la possibilità di incontrare la moglie Emma, una volta al mese e di telefonarle una volta a settimana. Ciò nonostante, questa come le altre relazioni che sussistono nella vita di Manfred, sono solo rapporti di facciata, mai profondi e veritieri: quando incontra la moglie, ad esempio, non gli è permesso di voltarsi a guardarla in volto e quindi l’appuntamento finisce per essere un insieme confuso di parole e riflessioni senza senso. Anche con il figlio Martin, Manfred non riesce a costruire una relazione costruttiva: il giovane lo vede come colui che ha fatto soffrire ingiustamente la madre, mentre l’anziano padre, lo sente distante, non più la creatura alla quale ha donato la vita, ma come l’immagine della propria giovinezza definitivamente perduta. E così anche quando Martin e la moglie Julia lo rendono partecipe della notizia che una nuova vita è in arrivo e che quindi presto Manfred diventerà nonno, l’anziano non si scompone e anzi, sente ancora di più la propria persona come superflua.

    Non solo. L’idea che la propria dipartita non avrebbe causato la cessazione di nulla, di nessun legame di valore, se non della propria umile vita, lo irrita molto. E allora si rifugia nell’apatia che spesso avverte nei confronti delle persone verso le quali avrebbe dovuto provare un sentimento d’affetto, come ad esempio il padre o il fratello Saul, e prova vergogna per non nutrire nulla nei loro confronti. E se questa vita in perenne isolamento avrebbe potuto rendergli più facile il decesso, gli procura tuttavia una grande tristezza: i pochi ricordi collegati ai periodi felici della sua esistenza, lo ossessionano, martellandogli la mente con la stessa intensità con la quale la malattia gli tortura le viscere.

    Quando un giorno poi, vede la ragazza conosciuta nell’appartamento del vicino di casa Webb, con la mandibola storta e con un informe rossore, realizza una volta di più, di essere un uomo privato della propria dignità per aver infierito sulla moglie che tanto ha amato, per averla usata come valvola di sfogo per la propria sofferenza, per i propri ricordi di guerra, per il proprio cronico disagio.

     

    Un libro triste, ma con una narrazione avvincente e chiara anche se non lineare (i capitoli relativi al presente e al passato del protagonista si alternano), che descrive l’estremo tentativo di un uomo di ricevere il perdono. Manfred tenta di sopravvivere nonostante il senso di colpa, ma è conscio del fatto che lui stesso non può assolvere le proprie colpe: è questo che lo deteriora ancor più che la malattia che gli lacera il ventre. È infatti conscio che i propri crimini sono troppi gravi per essere espiati e quindi non si lamenta per la propria vita solitaria, ma anzi la vede come la giusta pena per i suoi peccati. E a volte, nei momenti di massimo sconforto, quando si rende conto di essere l’unica causa dei propri mali, di aver gettato al vento la fortuna che nonostante tutto non lo aveva mai abbandonato, allora arriva a pensare che forse, sarebbe stato meglio se fosse morto in guerra.

     

    Il dolore di Manfred, Robert McLiam Wilson

    Fazi editore, Roma 2004, pagg. 221