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June 02 GomorraMay 18 La ragazza del lagoApril 03 Bacio alla marmellata di mirtillo e pannaDecember 18 Piccola riflessione sulla libertà (di satira)Domenica sera, al teatro Ambra Jovinelli ho visto Daniele Luttazzi che, dal vivo, ha riproposto i testi della sesta puntata di Decameron.
Non voglio entrare nel merito delle sue caustiche battute, mi limito a proporre una dichiarazione tratta dal suo spazio web (http://www.danieleluttazzi.it/) e il link di un fatto che ha visto il comico come protagonista, nella speranza così di stimolare una riflessione da parte di chi leggerà questo testo.
In Parlamento siedono ancora esponenti condannati per reati di mafia, e possono parlare liberamente. Ma quello pericoloso appare Luttazzi.
E' il vero grande tema dell'Italia di oggi. Il sistema economico politico tollera magagne allucinanti ma non può sopportare il pensiero libero, eterodosso, non controllato. La tv deve poter ammannire la solita sbobba omogeneizzata. Quando viene fuori un programma come il mio la cosa da fastidio a molteplici livelli: la satira deriva da un'esigenza interna dell'autore satirico. Non è finzione, burletta, imitazione, sfottò. Io esprimo le opinioni in cui credo. Quindi cancellando il programma cancellano le mie opinioni. ...e per chiudere vi invito a leggere l'articolo:
Un sentito ringraziamento a chi spenderà del tempo per riflettere su quanto segnalato, qualunque sia la sua posizione in merito. July 20 Hot FuzzNicholas Angel è un poliziotto di Londra. Non un agente qualunque però: detiene un record di arresti 400 volte maggiore rispetto a qualsiasi altro bobby ed è talmente stacanovista da poter contare solo sulla compagnia di una pianta. La sua vita però è un punto di svolta: i superiori lo trasferiscono dalla metropoli in un tranquillo villaggio della periferia inglese. La realtà che si trova ad dover affrontare non è certo quella della city: il rischio e l’adrenalina non sono le caratteristiche salienti della vita a Sandford e l’attitudine di Nicholas nel vedere ovunque minacce alla pubblica sicurezza gli rende più difficile del previsto l’inserimento tra i suoi nuovi compaesani. Inoltre gli viene assegnato come compagno di squadra l’agente Danny Butterman, il classico bambinone dalle buone intenzioni, goloso e maldestro. Una serie di misteriosi incidenti risvegliano l’entusiasmo quasi del tutto sopito dell’agente Angel proprio quando il poliziotto si stava ormai rassegnando ad una vita fatta di festicciole e di pacifiche riunioni di quartiere. L’istinto gli suggerisce infatti che le coincidenze sfortunate che hanno portato alla tragica morte di alcuni dei suoi concittadini sono in realtà veri e propri atti criminali. Cosa si cela sotto l’idilliaco drappo che sembra avvolgere Standford? Il complotto al quale spesso il poliziotto fa riferimento è solo il frutto della sua fervida immaginazione o davvero nell’ombra del paesino si annida una minaccia? April 17 Il mio nome è Dalton Russell…Una rapina alla filiale madre di una nota banca nel pieno centro di New York. Un piano perfetto studiato nei minimi dettagli. Un gruppo di ostaggi. Un detective (Denzel Washington) incaricato di instaurare un dialogo con il presunto leader della banda di criminali. Un capitano di polizia (Willem Dafoe) deciso a risolvere quanto prima il caso, anche con l’ausilio della forza. Ingredienti non proprio originali, per un thriller che grazie alla sceneggiatura di Russell Gewirtz, alla regia di Spike Lee e alle convincenti prestazioni degli attori, risulta tuttavia di più che piacevole visione. Evitando – come sempre mi sforzo di fare – di addentrarmi troppo nella trama, vorrei indicare il leitmotive della pellicola: le apparenze spesso ingannano e la realtà molte volte risulta più complessa di quanto ad una prima analisi possa sembrare. In quest’ottica risulta assai difficile giudicare, distinguere in maniera netta il bene dal male: una persona con un turbante non necessariamente è un terrorista suicida e addirittura un ladro può vedere in parte giustificato il suo misfatto. In secondo luogo, altro messaggio veicolato dal film è quello in base al quale ogni azione negativa non viene cancellata dal tempo o dalle opere successive, per quanto nobili esse siano, che al massimo possono alleviare il rimorso: la giustizia quindi, almeno su larga scala, trionfa e i banditi in questo caso assumono il ruolo di coloro i quali pur facendo i loro interessi, mirano a riequilibrare un passato di bieche speculazioni. Come già detto, grande il merito di un copione intricato che si risolve solo nella parte fine del film e notevole il lavoro del regista che riesce con le sue inquadrature, dando spazio alle diverse scene all’interno dell’istituto di credito e alle versioni dei vari testimoni del crimine, a rendere percepibile il nervosismo post 11 settembre che attanaglia i cittadini americani, resi fragili perché privati delle certezze di un sistema che prima dell’attacco alle Torri Gemelle era considerato incorruttibile. Altro valore aggiunto è sicuramente l’ironia: nonostante la tensione che pervade larga parte della pellicola, non manca in nessun frangente un sarcasmo, a volte forse iperbolico (come nel personaggio interpretato da Jodie Foster) ma nel complesso mai eccessivo (fantastica la scena del personaggio interpretato da Clive Owen che condanna il videogioco di un bambino considerato – a ragione – troppo violento). In definitiva un film a metà strada tra gli Ocean (Eleven e Twelve) di Sodenberg e I Soliti Sospetti, dal ritmo incalzante e dalla trama non proprio da semplice action movie, osannato in patria come una delle migliori pellicole dell’anno.
Titolo: Inside Man Regia: Spike Lee Minuti: 129 Paese: U.S.A. Sito: http://www.uip.it/insideman/ March 19 Nevrosi post 11 settembre…Crash – Contatto fisico è un’istantanea su alcuni cittadini impegnati a risolvere i problemi di tutti i giorni in una multietnica Los Angeles lontana dai bagliori di Hollywood e dal clamore di Beverly Hills. Una cartolina animata della metropoli che cattura 36 ore nelle quali il destino dei vari personaggi – attori inconsapevoli manovrati dal fato – finirà inevitabilmente per scontrarsi. Una casalinga e il marito procuratore, una famiglia di origini iraniane, due detective amanti occasionali, un regista di colore e la sua compagna, due ladri di automobili, due poliziotti, un fabbro latinoamericano e la giovane figlia, una coppia coreana: diversi spaccati di una vita talmente paradossale da sembrare in alcuni frangenti artefatta, uniti dalla difficoltà di accettare l’altro come uguale a sé, dalla fatica di superare il propri pregiudizi e i propri egoismi. Un’amara ironia che porta sullo schermo l’intolleranza nelle sue varie forme, l’ansia del vivere nel timore e nella sfiducia per il prossimo e nel desiderio di trovare nell’altro un facile capro espiatorio per un’esistenza tutt’altro che felice. E in quest’ottica spesso la soluzione che più facilmente abbaglia è la violenza, valvola di sfogo per una rabbia troppo a lunga repressa. Paul Haggis, regista è co-sceneggiatore con Bobby Moresco, ha confessato di aver iniziato a pensare a questa storia dopo aver subito il furto dell’auto: quell’episodio lo fece riflettere sui meccanismi medianti i quali l’uomo giustifica le proprie azioni. Il film quindi mostra la contraddizione insita in ognuno di noi, irritato dai giudizi altrui, ma costantemente impegnato nel criticare il comportamento della gente. Un film che vorrebbe lasciar spazio al reale più che l’immaginario dunque, ma che tuttavia in alcune scene appare troppo prevedibile e inverosimile. Anche lo sviluppo della trama nonostante il montaggio dinamico, non risulta originalissimo (qualcosa di simile sia era visto per esempio, anche se in misura minore, in 21 grammi) e la storia spesso soffre di una drammaticità appena accennata che non indaga a fondo dei problemi e che per questo risulta sterile. “Quando ti muovi alla velocità della vita scontrarsi è inevitabile” recita lo slogan che ha accompagnato l’uscita della pellicola: forse, ripeto, è proprio questa frenesia nel raccontare, nel registrare a tutti i costi lo scorrere del tempo di varie persone a rendere Crash un film a mio giudizio lodevole nelle intenzioni, meno nella sua realizzazione. In definitiva visti i 3 Oscar (Miglior Film, Miglior Montaggio, Miglior Sceneggiatura Originale) la visione del film ha in parte deluso le mie attese: l’outsider Crash ai miei occhi è una pellicola costata poco, girata in soli 35 giorni, con attori bravi e una storia simpatica, ma forse premiata più per essere “indipendente” che per i suoi reali meriti.
Titolo: Crash - Contatto Fisico Usa, 2005 Genere: Drammatico Durata: 107 minuti http://www.crashcontattofisico.it March 09 La musica del cuore…Thomas è un ragazzo deciso: impegnato nella compravendita di beni immobiliari, pur di veder fruttare le proprie speculazioni non si fa scrupoli. Non si pone domande, non cerca risposte: la sua è una vita priva di qualsiasi sentimento, tutta azione, strenua ricerca del profitto. Poi un incontro casuale scuote il ragazzo del torpore che sembrava averlo isolato dal mondo: un amico della madre defunta, si ricorda dalla sua passione per il pianoforte e lo invita a contattarlo per un'audizione. Di colpo le fondamenta sulle quali si reggeva la monotonia del modo di vivere di Tom iniziano a scricchiolare. Improvvisamente si rende conto dello squallore di un'esistenza priva di valori positivi, fatta di violenza, di soprusi e di una fisicità fine a sé stessa. Parlandone con il padre poi, il giovane vede nella goffa figura paterna l'immagine del proprio futuro: un uomo solo, malinconico, incapace di amare e di comprendere le legittime aspirazioni di cambiamento del figlio, che si lascia trascinare dalla miseria della propria vita senza opporre la minima resistenza. Il ragazzo, rinvigorito dal sogno mai sopito di diventare un pianista di talento, non potendo dialogare in maniera fruttuosa con il padre decide comunque di riavvicinare i polpastrelli alla tastiera del piano: in questo modo, con il vivo ricordo della madre nel cuore, esorcizza le paure e le incertezze, lasciando spazio alla parte più spirituale, più intima, più profonda del suo io. Malgrado le perplessità del padre - la cui vita risulta legata solo alla mera materialità - e nonostante i molti anni di inattività, ricomincia a suonare. Impegnandosi nel difficile tentativo di conciliare il lavoro con la propria passione, anche grazie all'aiuto di una giovane insegnante straniera, ridà un senso alla vita: la musica diventa il linguaggio universale che apre mille nuovi orizzonti grazie i quali il ragazzo sconfigge la propria egoistica indifferenza. Ma il destino beffardo, proprio quando Thomas sembrava aver trovato uno stabile equilibrio, fa riemergere l'eco di un passato non troppo lontano rimescolando nuovamente le carte sul tavolo della vita che si dimostra, una volta di più, precaria e caratterizzata da una felicità effimera. Il film di Jacques Audiard - ispirato a "Rapsodia per un killer" di James Toback - risulta di piacevole visione grazie soprattutto alla convincente recitazione di Romain Duris, attore capace con le mutevoli espressioni del proprio corpo di rendere al meglio il caleidoscopio di sentimenti presentati nella vicenda narrata. Un plauso va anche al regista francese che con un montaggio semplice e mai scontato (molte sequenze lasciano solo immaginare il loro sviluppo), riesce nell'intento di confezionare un film senza pretese, ma che difficilmente annoierà lo spettatore. Titolo originale: Da Batre Mon Coeur S'Est Arreté Francia, 2005 Genere: Drammatico Durata: 107' http://www.thebeat-movie.com/ December 23 Il mondo proibito delle geishe…Memerorie di una Geisha è il film tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Golden uscito nelle librerie nel 1997 e subito diventato un best seller internazionale. La storia, ambientata a cavallo del secondo conflitto mondiale, segue la vita di una bambina, Chiyo che giunta nel quartiere delle geishe (hanamachi) tra mille ostacoli e difficoltà, impara a danzare, cantare, suonare e ad esprimersi in maniera brillante diventando così con il tempo Sayuri, la leggendaria ragazza capace di incantare con la propria bellezza, la propria eleganza e il proprio talento. La figura centrale del film è quella della geisha: donna dai contorni sfumati che con i ventagli e gli eleganti kimoni intratteneva gli uomini più facoltosi. Un destino spesso crudele che non permetteva a queste signorine di coltivare alcun sentimento: il trucco, il cerone, il rossetto e i capelli raccolti, plasmavano una sorta di maschera che non poteva lasciar trapelare né la luce dei sogni né il buio dei dolori che albergavano nel profondo del cuore. Uno strano destino per una donna dispensatrice di amorevoli attenzioni ma tutta protesa verso la cura degli altri, il cui ruolo risulta essere fortemente vincolato e vincolante. Sullo sfondo inoltre, si gioca anche la partita che vede gareggiare ogni singola geisha per acquisire sempre maggiore notorietà: in questo senso, sin dalle prime battute, all’interno dell’okiya (dimora) che ospita Chiyo, si instaura la rivalità con Hatsumomo, intrigante quanto fragile figura che funge, nel bene o nel male, da modello per la giovane ragazzina dagli occhi del color dell’acqua. In questo senso particolarmente riuscito appare il confronto tra questi due personaggi raffiguranti da una parte la purezza, l’innocenza e la semplicità e dall’altra l’arroganza, la smania di successo, l’invidia con in comune però un sentimento di tristezza legato alla mancanza d’affetto (della sorella di Chiyo e dell’uomo amato da Hatsumomo). La sceneggiatura e la regia proprio nel rapporto tra la ragazzina e la giovane donna, offrono, a mio modo di vedere, uno dei momenti più intensi del film: sotto una pioggia scrosciante, le due donne divenute a tutte gli effetti rivali, esplodono la loro rabbia in un pianto liberatorio, diventando l’una la proiezione temporale dell’altra, una sorta equilibrio statico nel quale passato, presente e futuro si mostrano contemporaneamente. Ma la vita continua e un po’ come nella favola di Cenerentola, Chiyo si trasforma, sotto la guida di Mameha, da insignificante sguattera a maiko (apprendista geisha) e infine in una vera e propria geisha, avverando così il sogno a lungo desiderato: forse non è caso che l’incontro deciso, il momento nel quale Chiyo accetta attivamente il fato, avvenga proprio su un ponte, mezzo grazie al quale è possibile dominare la furia dell’acqua, elemento che caratterizza la terra natia della giovane Chiyo e, di riflesso, il suo temperamento. Con il passare degli anni l’atmosfera quasi fuori dal tempo del quartiere si deve scontrare con le bombe e le truppe straniere: il mondo misterioso perde il suo fascino (e forse la sua sacralità) e viene trascinato nel turbine della guerra. Ma la tradizione, anche grazie a Sayuri, saprà risorgere dalle ceneri e le geishe potranno così tornare ad allietare le sale da tè come continuavano a fare da secoli. Una pellicola di piacevole visione nonostante le oltre due ore di girato: questo in parte si deve alle splendide attrici presenti (Ziyi Zhang, Micelle Yeoh e Gong Li), alle loro performance convincenti e in parte alla produzione – alla quale partecipa anche Steven Spielberg - capace di ricreare il mondo frutto della fantasia dell’autore del testo dal quale è tratto il film (è bene ricordare che le vicende sono osservate da un occhio “occidentale” estraneo al mondo descritto), con un realismo colmo di sensualità e di mistero. December 08 On the road, con fiori rosa…Don Johnston (simpatica la pronuncia del nome decisamente simile a quello del famoso attore americano) è un uomo che ha fatto fortuna con i computer ma che non è riuscito ad essere altrettanto bravo nel coltivare i propri sentimenti e le proprie relazioni. Nella sua vita si è accompagnato a molte donne, ma quando anche la sua ultima fiamma decide di andarsene esasperata dalla mancanza di passione del rapporto che avrebbe dovuto vederli complici, non riesce che a borbottare qualcosa, rimanendo spettatore passivo di fronte alla dipartita della donna che fino a poco prima aveva condiviso con lui lo stesso tetto. Incapace di esternare qualsivoglia emozione, si tuffa sul divano rifugiandosi nella tv che trasmette (il destino beffardo) un film su un eroe che, creduto da tutti deceduto, viene a lungo rimpianto dalle donne che lo avevano amato che quasi fanno a gara nel tentativo di testimoniare la grandezza del loro affetto. Ed proprio attraverso l’immagine riflessa sullo schermo che scatta nella mente del protagonista la consapevolezza dell’inconsistenza delle seppur numerose relazioni e si insinua il dubbio che forse nessuno, il giorno della sua morte, lo avrebbe pianto. Ma la apatica esistenza di Don viene scombussolata da una strana lettera rosa il cui inchiostro rosso gli comunica un messaggio capace di incrinare le sue fragili certezze. Inizialmente, pur colpito a freddo, Don pensa ad uno scherzo, ma poi convinto dal vicino di casa appassionato di thriller (non senza insistenza) decide di partire alla ricerca del mittente della missiva: un viaggio a metà strada fra il passato dei i suoi vecchi amori e il futuro che potrebbe vederlo interpretare un ruolo per lui nuovo quanto inaspettato. E così stilata una lista e delineato un percorso, parte alla ricerca dei dettagli rosa che potrebbero guidarlo alla scoperta dell’autrice della lettera. Con il suo mazzo di fiori in mano, bussa alla porta di un mondo stravagante e lontano anni luce dalla spensieratezza giovanile che aveva accompagnato le sue avventure adolescenziali. Don nel suo peregrinare si trova di fronte a delle realtà forse tristi quanto la sua, che non fanno che peggiorare la sua già limitata capacità di comunicare: il viaggio si trasforma sempre più nella ricerca del senso di una vita, di quel qualcosa che, malgrado risulti incerto nelle forme, possa dare un significato un’esistenza traboccante di solitudine. Perché in fondo anche Don, malgrado la testardaggine e l’orgoglio non gli permettono di convincere sé stesso, ho solo un enorme bisogno di dare e ricevere affetto. Un film a tratti ironico a tratti malinconico che il regista Jim Jarmusch gira con un stile sempre attento ai dettagli (ricorrente, in particolare, l’immagine dello specchietto retrovisore che diventa metafora di un presente che scorre via) è interpretato con bravura da Bill Murray, capace con la propria recitazione “minimalista” di rendere al meglio il deterioramento interiore di un uomo desideroso d’amore, ma ancora succube delle ferite del passato. Una pellicola premiata al festival di Cannes con il Gran Premio della Giuria che, con i sui silenzi e con il suo montaggio a episodi, riesce a comunicare perfettamente l’imbarazzo e il vuoto caratteristici di alcuni nostri rapporti. Una particolare menzione la meritano oltre al protagonista, le bellissime attrici femminili tra le quali spiccano per fascino Sharon Stone e la giovane Alexis Dziena. Film intenso e dal finale particolare. November 05 Corpse Bride…Con la “Sposa Cadavere” Tim Burton torna, dopo "The Nightmare Before Christmas" del 1993, all’animazione in stop motion. Lo fa interpretando una fiaba della cultura russa, una storia romantica e allo stesso tempo macabra alla cui realizzazione il regista americano lavorava da dieci anni. Ambientata nel XIX secolo in un villaggio europeo, la vicenda racconta la particolarissima esperienza di cui è protagonista il giovane Victor, un timido ragazzo la cui famiglia è riuscita a combinare un matrimonio di comodo per così finalmente raggiungere i benefici dell’alta società. Anche per la sposa promessa, Victoria, si tratta di un’unione di convenienza il cui unico scopo è quello di salvaguardare la posizione della propria nobile famiglia caduta in disgrazia, privata delle riserve di denaro e costretta a impegnarsi con i Van Dort, ricchi signori del pesce ma non certo di stirpe aristocratica. I due giovani pur non conoscendosi si trovano quindi costretti a recitare la parte preparata loro dai rispettivi genitori: nella loro immaginazione però il matrimonio avrebbe dovuto essere il coronamento di un sentimento d’amore, non di una mera speculazione economica. In particolare Victor, non riesce ad accettare il ruolo di marito e, dopo estenuanti prove all’altare di quella che di lì a poco sarebbe stata la cerimonia del suo sodalizio, scappa rifugiandosi nel bosco appena fuori città. Ed è proprio tra la buia fitta vegetazione della boscaglia che il giovane, per un bizzarro scherzo del destino, viene trascinato negli inferi dalla Sposa Cadavere, una sensuale quanto funerea ragazza che decide di assecondare il desiderio di amorevolezza di Victor. E così il giovane Van Dort si trova suo malgrado nel mondo dei morti, luogo lugubre ma ravvivato da continui canti e balli di involontaria comicità. In questo luogo colmo di stranezze, il giovane nonostante le cure della Sposa Cadavere non si sente a proprio agio e anzi rimpiange la compagnia della candida Victoria, colei che avrebbe dovuto sposare e per il cui sorriso, ora che è prigioniero nel regno dei defunti, inizia a provare una sorta di nostalgia. Tim Burton regala ai suoi molti ammiratori un’altra pellicola stupenda: la tecnica stop motion, animando le sculture di plastilina, rende i personaggi davvero reali, dotati di una propria consistenza, di una vera tridimensionalità che ne aumenta il fascino: ogni espressione, ogni movimento, diventa così più naturale dell’animazione tradizionale e il perenne distacco dalle scene di fondo, rende più dinamico e meno astratto (più “tattile” come suggerisce lo stesso Burton) il susseguirsi dei numerosissimi scatti. Di particolare suggestione sono, in questo lavoro, i cambi di scena e i momenti in stile musical, grazie anche alle sonorità firmate Danny Elfmann. Di notevole impatto anche le atmosfere dark che accompagnano entrambi i mondi, quello dei vivi quanto quello dei morti: l’unica luce è forse rappresentata dalla farfalla che apre e chiude il racconto. Il doppiaggio italiano è buono ma per cogliere appieno le rime e i giochi di parole forse occorrerebbe vedere l’opera in lingua originale, con le voci, tra gli altri, di Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Cristopher Lee e Emily Watson. Un lavoro dal sapore antico, lontano dai computer della Pixar e capace, forse proprio per questo, di emozionare per la sua semplice espressività. Da vedere.
Per ulteriori informazioni: http://wwws.warnerbros.it/corpsebride/ October 01 La seconda paura rossa..."Good night and good luck" racconta la storia della redazione di un programma televisivo a cavallo degli anni '50 in pieno maccartismo, in un periodo nel quale le menti più indipendenti degli Stati Uniti erano minacciate dalla "caccia alle streghe" iniziata dal senatore del Wisconsin per epurare dal sistema statunitense l'ombra del comunismo. La figura di spicco della CBS è Edward R. Murrow graffiante giornalista che decide di sfidare con lo spazio riservato alla sua trasmissione, See it now, i modi non propriamente legittimi con i quali era stata stilata la lista di proscrizione di McCarthy, che aveva provocato il panico tra gli addetti alla comunicazione, sempre attenti a non sbilanciarsi troppo per non essere accusati di collaborazionismo con in sovietici (Charlie Chaplin fu una delle persone accusate di attività anti-americane). Il clima di terrore dell'epoca generava dunque un'informazione omogenea, incapace di prendere posizione di fronte alla vacuità delle accuse e ai palesi limiti imposti al fondamentale diritto di espressione. Murrow invece decide di sfidare apertamente il governo mostrando le incongruenze di ciò che stava realmente avvenendo, pur consapevole di poter diventare proprio per questo suo azzardo il probabile bersaglio del meccanismo che lui stesso aveva deciso di combattere. Il film riesce a rendere molto bene il perdurante clima di terrore che accompagnava coloro che collaboravano alla realizzazione della trasmissione della CBS, anche grazie all'ausilio delle immagini in bianco e nero, dei continui giochi di luci e ombre (in stile Quarto Potere) velati dal fumo delle sigarette e all'uso, nei momenti chiave, della musica, che non si limita ad essere utilizzata come semplice sottofondo ma che, ripresa nelle sue interpretazioni, partecipa attivamente allo sviluppo della pellicola. Un film coraggioso che presenta in modo appropriato il ruolo del vero giornalismo e del precario equilibrio cui si deve scontrare, continuamente in bilico tra potere politico e potere economico. Il tema quindi è quanto mai attuale e forse richiama anche il grande schermo a un cinema più impegnato a raccontare storie di spessore che imbrigliato nella logica del puro intrattenimento. Certo fa un po' pensare il fatto che il grido d'allarme parta proprio da un divo di Hollywood (anche se il film è dedicato al padre giornalista di Clooney) ma vista l'importanza della posta in palio, ben venga il cinema "educativo" capace di far riflettere, anche se non completamente immune alle multinazionali del divertimento. Per finire un plauso all'attore protagonista, David Strathairn, capace con il suo carisma alla Humphrey Bogart di Casablanca, di oscurare quasi completamente la spalla Clooney. August 30 Republika y'u RwandaA volte un film pur non avendo nulla di particolare dal punto di vista strettamente tecnico sa regalare emozioni e spunti di riflessione notevoli. Ma è bene comunque distinguere chiaramente la storia, la vicenda narrata, dalla sua rielaborazione su pellicola per evitare che il giudizio possa essere influenzato solo dalla nostra parte sensibile. E' una doverosa premessa che mi sento di fare prima di affrontare l'analisi di un film che va apprezzato più per il coraggio di portare sugli schermi un titolo dalla trama così lontana dalle megaproduzioni di Hollywood che per lo spessore effettivo dell'opera, da ricordare più come omaggio al grande gesto di un uomo che come realizzazione spettacolare. La storia si svolge in Ruanda, giovane repubblica africana che una volta raggiunta l'indipendenza nel 1962, diviene presto teatro di una sanguinosa guerra civile fra i BaHutu (o più semplicemente Hutu) e i vecchi dominatori del Paese i Vatussi (o Tutsi). Più precisamente il film racconta la tensione tra le due etnie culminata nel genocidio che causò, nel 1994, un milione di morti e il doppio dei profughi. Il protagonista principale è il direttore di un hotel che, grazie ai turisti attirati dalla possibilità di vedere da vicino i gorilla e alla sua innegabile abilità nel gestire i rapporti con i clienti, riesce a ritagliare per sé e la famiglia, un'esistenza felice, al riparo dalla povertà che comunque serpeggia al di fuori di quella piccola oasi rappresentata dall'albergo. Quasi all'improvviso però il sogno sembra giungere alla fine e il risveglio si preannuncia quanto mai brusco: alcuni guerriglieri fomentano l'odio razziale e iniziano a propugnarsi paladini di una giustizia sommaria, incendiando case e maltrattando presunte spie, colpevoli solo di essere dell'etnia avversa. E così episodio dopo episodio, il risentimento, a causa anche delle precarie condizioni di vita, trova terreno fertile tra lo scontento di una parte (minoritaria) della popolazione allargandosi a tutte le zone che circondano l'albergo: si scatena una sorta di caccia all'uomo, o meglio allo "scarafaggio" espressione spregiativa con la quale vengono indicati gli Hutu. Alla morte del presidente del Ruanda, il cui aeroplano viene abbattuto in volo, l'ondata di violenza raggiunge il culmine: le poche forze ONU presenti sul territorio (privo di grandi ricchezze minerarie dal salvaguardare) non riescono ad arginare la ferocia delle persecuzioni a colpi di macete e così le strade si riempiono di vittime innocenti: l'essere umano finisce col perdere la propria dignità se nel passaporto viene identificato da un timbro con la scritta "Hutu". Il problema tocca da vicino anche il direttore dell'albergo incapace di cedere all'assurdità del pregiudizio razziale e in grado invece di sfidare direttamente i guerriglieri trasformando il suo luogo di lavoro in un avamposto per familiari, amici o semplici sconosciuti. Il fulcro del film è proprio il dilemma interno vissuto dal protagonista, diviso tra l'egoismo e il menefreghismo che probabilmente lo metterebbe al riparo da qualsiasi accusa di tradimento e il rimorso accompagnato dal bisogno di reagire di fronte a un'ingiusta crudeltà che però finirà col mettere continuamente a rischio la propria vita e quella dei propri cari. Un film che, anche grazie ad alcuni fotogrammi cruenti (ma purtroppo non solo frutto della fantasia del regista), vuole spazzare via lo stupido assioma secondo il quale una razza possa risultare superiore ad un'altra e in virtù di ciò, possa legittimare qualsiasi atto di prepotenza; la pellicola sottolinea anche come spesso l'Africa venga lasciata ai propri problemi perché non in grado di offrire importanti ritorni economici, almeno nell'immediato. Un film che può essere un punto di partenza per una meditazione ma il cui parziale "happy end" non deve far dimenticare comunque i problemi che ancora oggi affliggono gran parte delle territori africani. July 29 Chi non ha peccato scagli la prima pietra…La Samaritana, ultimo film di Kim Ki-Duk (anche se in realtà antecedente a Ferro 3) racconta la storia di due giovani amiche unite da una profonda amicizia e dal sogno comune di poter viaggiare in Europa. Per realizzare la loro massima aspirazione, le due ragazze, Jae-young e Yeo-jin, decidono di architettare un piano per racimolare quanto prima il denaro necessario, entrando direttamente a contatto con l'erotismo e perdendo definitivamente la loro purezza infantile. Attraverso le loro esperienze mostrano due diverse facce della sensualità: per Jae-young non altro che un gioco, quasi una nobile missione da portare a termine sulla scia dello spirito di Vasumitra, la meretrice indiana che donava gioia agli uomini convincendoli a convertirsi al buddismo; l'atteggiamento di Yeo-jin invece rappresenta il senso di colpa che accompagna ogni incontro, sentimento che si acuisce quando l'amica, perdendo di vista la meta finale, si lascia cullare dall'illusione di un amore in grado di superare il semplice appagamento fisico del partner. Al progressivo distacco affettivo delle due complici corrisponde tragicamente anche quello più meramente materiale: Yeo-jin si trova inaspettatamente sola e incapace di utilizzare i soldi guadagnati insieme all'amica, decide di restituirli, unendosi a lei nel sacrificio del donare il proprio corpo agli uomini segnati nell'agenda della compagna di tante avventure. Altro protagonista chiave del film è il padre di Yeo-jin che, da poco rimasto senza moglie, riversa tutto il suo amore sulla figlia, accudendola con le più amorevoli cure per evitare che i brutti fatti cui è costretto a convivere ogni giorno sul lavoro, non sfiorino nemmeno lontanamente la giovane figlia. Quando scoprirà il segreto che la ragazzina nasconde, quasi incapace di realizzare di aver trascurato nella sua lotta contro il delinquenza proprio il domicilio della famiglia, esploderà la sua angoscia e il suo tormento, in una rabbia silenziosa che lo trasformerà per alcuni giorni in una persona cupa ma lucidamente decisa a porre fine all'ignobile sfruttamento di Yeo-jin: accecato dalla collera non esiterà a utilizzare maniere forti e brutali, trasfigurandosi da cacciatore (di criminali) in preda. Solo nella natura, nei silenzi delle colline isolate nelle quali riposa la moglie, saprà trovare la forza e il coraggio per redimersi ed espiare le proprie colpe. Non prima però di aver insegnato alla figlia a guidare l'auto, definitivo ingresso per la ragazzina nel mondo degli adulti fatto di responsabilità, di problemi e di angosce da superare prima di tutto con le proprie forze, in una continua lotta per non impantanarsi nel fango dei piccoli grandi ostacoli che ogni giorno si presentano sulla via che conduce ai nostri desideri. Un film intenso con il quale il regista coreano porta sullo schermo ancora una volta il destino feroce che spesso attende ognuno di noi. Ma lo fa con poesia, con toni mai esagerati, con immagini velatamente dure ma non certo eccessive. Una pellicola davvero ben riuscita con un filo conduttore appena accennato che disorienta lo spettatore chiamato a riflettere in maniera attiva sul susseguirsi delle immagini per trovare un senso al simbolismo che soggiace a tante scene. Particolarmente riuscito il finale, non una vera conclusione, un momento definitivo, quasi un nuovo inizio, una realtà aperta a ogni soluzione: il principio di una nuova vita per il padre e per la figlia (il percorso delimitato da linee gialle non è infatti chiuso e si trova accanto a un fiume che rappresenta lo scorrere del tempo, dell'esistenza). Il titolo del film richiama alla mente la storia raccontata nel Vangelo di Giovanni della samaritana cui Gesù chiede un po' d'acqua nei pressi di un pozzo ("Tu non hai marito. Ne hai avuti cinque, di mariti, e l'uomo che ora hai non è tuo marito"). E forse rievoca anche l'usanza tipica dei samaritani di sgozzare l'agnello pasquale, simbolo di purezza e limpidezza. June 25 Il kung fu secondo ChowStephen Chow, dopo Shaolin Soccer, torna sugli schermi italiani con Kung Fusion (titolo originale Kung Fu Hustle) riproponendo una pellicola a metà strada tra azione e commedia, imperniata sulle arti marziali, le situazioni paradossalmente comiche e l’eterna lotta tra il bene e il male. I due titoli risultano molto simili non solo dal punto di vista del cast (molti gli attori riproposti anche in questo film sebbene in ruoli diversi), ma anche nella tematica di fondo: il personaggio principale anche questa volta è una ragazzo povero che cela dentro di sé un immenso potere inutilizzato che solo dopo tante umiliazioni riuscirà ad emergere del tutto. L’ambientazione è invece diversa: se in Shaolin Soccer le vicende avevano come sfondo una Cina frenetico quanto ricca di contraddizioni, in Kung Fusion l’azione si svolge tra due realtà molto differenti: da una parte la città con le sue luci e i suoi colori invitanti, le sue splendide donne e i fiumi di soldi, dall’altra un borgo pacifico, di persone semplici, umili e lavoratrici, comandato in maniera tirannica, ma in fondo pacifica, da una donna che offre alloggio a molte famiglie nonostante i perenni ritardi nei pagamenti. Tra questi due poli agisce l’eroe della pellicola; in realtà nella parte iniziale non è proprio un paladino della giustizia: per raggiungere fama e successo tenta di sfruttare il timore suscitato sulle persone da una gang di teppisti armati di asce, usando il fisico possente del suo amico per ingannare le sue prede al fine di farsi pagare del denaro per tenere a bada le ire del suo capo. Ma il ragazzo, pur essendo ingegnoso, non è in grado di intimorire nessuno e anzi spesso si trova a dover non solo rimanere senza nulla in mano, ma anche a dover subire in prima persona per le sue malefatte. Un giorno però il destino lo pone in una situazione spinosa, al centro di due fuochi altrettanto minacciosi: da una parte la gang della quale ha sempre sognato di far parte ma del cui nome si è servito senza autorizzazione, dall’altra la “padrona” del borgo informata dei loschi raggiri tesi a uno dei suoi ospitati, desiderosa di sbarazzarsi della minaccia che avrebbe potuto rendere instabile l’ordine e la sicurezza della sua proprietà. E così da comparsa, da uomo qualunque ogni giorno costretto a lottare con la fame, improvvisamente il fato lo conduce ad una ribalta esaltante quanto pericolosa. Il film, molto leggero, risulta tuttavia gradevole grazie ad un uso divertente degli effetti speciali e a una trama vivace e ricca di sorprese. La pellicola richiama da una parte gli spaghetti western con le sfide all’ultimo colpo sotto il caldo sole del deserto, dall’altra la cinematografia che esalta le arti marziali, con combattimenti acrobatici quanto spettacolari (la gang delle asce, anche per il numero dei suoi associati, ricorda il primo episodio di Kill Bill). Piacevoli risultano anche la fotografia e la regia: personaggi dai volti espressivi i cui vestiti vengono mossi dal vento che fanno ricorso ad ogni mezzo pur di ottenere i loro obiettivi e che nel momento del combattimento, anche se rischiano la vita, sembrano danzare a suon di musica (richiamo forse involontario a Hero). Un’altra caratteristica da sottolineare, già presente in Shaolin, è l’estrema mutevolezza dei personaggi che sembrano quasi nascondere la loro vera natura: il più delle volte le loro apparenze ingannano e così uomini e miti e pacifici, in realtà si tramutano, nel momento del bisogno, in potenti guerrieri. Un discorso a parte merita il doppiaggio: come nella precedente pellicola anche in questo caso si è fatto ricorso a flessioni e accenti spiccatamente italiani, snaturando la pellicola e rendendo alcuni passaggi eccessivamente ridicoli. Un’opera da vedere per rilassarsi e ridere della parodia che il cinema cinese fa di sé stesso. May 08 Basta con le chiacchiere, è ora di iniziare a correre!“E’ solo televisione, ecco cos’è. Noi dobbiamo finalizzare tutto agli indici di gradimento. Per cinquant’anni abbiamo detto alla gente che cosa mangiare, che cosa bere, come vestirsi, per Dio, cerca di capire. Gli americani adorano la televisione. Ci tirano su i bambini. Impazziscono per i giochi a premi, amano lo sport e la violenza, che altro potremmo fare? Noi diamo loro soltanto quello che vogliono.”
The Running Man (in italiano, L’implacabile), basato sull’omonimo racconto di Richard Bachman, è ambientato nell’anno 2017: in uno stato di polizia simile a quello descritto da Orwell nel suo 1984, truppe paramilitari governano con pugno di ferro. L’uso di qualsiasi mezzo di comunicazione è proibito. L’arte, la musica e il dissenso non sono tollerati. L’unica concessione è un solo canale televisivo, ICS (“il vostro canale d’informazione è divertimento e vi ricorda che vedere è credere”) controllato in modo completo dallo Stato, che propone un sadico gioco televisivo co-prodotto con il dipartimento di giustizia chiamato appunto “Running Man”, nel quale gladiatori tecnologici si sfidano all’ultimo sangue. A questa realtà sfuggono solo pochi uomini organizzati in piccoli villaggi nel sottosuolo. Ben Richards (Arnold Schwarzenegger) è un ex membro della polizia che si trova a scontare una pena nella zona di detenzione di Wilshire per aver tentato di opporsi agli ordini dei suoi superiori. In realtà si trova rinchiuso in una doppia prigione: quella del campo di lavoro fatta di sudore e fatica e quella che lo vede, agli occhi del popolo, grazie a una montatura dei propagandisti del network, come il macellaio di Bakersfield, colui che non si è fatto scrupoli a uccidere persone non armate che protestavano in modo pacifico perché spinti dalla fame. Nel frattempo nel mastodontico palazzo che ospita l’unica emittente televisiva (ricorda Metropolis), Damon Killian, un presentatore sempre impegnato nel perenne tentativo di incrementare l’indice di ascolto del proprio programma, vede in Ben il concorrente ideale per la sua trasmissione (“Ciao tesoruccio, il fatto è che uno di noi è nei guai…”) e con un subdolo ricatto lo convince a partecipare al suo show. Riuscirà “il massacratore” a sopravvivere ai quattro quadranti del gioco e a superare, entro le tre ore previste, tutti gli sterminatori che tenteranno di fermarne la corsa, guadagnando così il pieno condono della propria pena? E nella lotta contro l’opprime Sistema che priva gli uomini delle loro libertà, riusciranno Ben e i suoi compagni di sventura a dare una mano ai ribelli della resistenza, trovando il trasmettitore centrale per tentare così di oscurare il network? Un film del 1987 che però per alcuni versi rimane sempre attuale; la pellicola infatti, seppur in maniera iperbolica, tocca temi ancora oggi molto dibattuti: il vero ruolo dei media e in particolare del medium televisivo, nella vita di ognuno di noi. Non vi è alcun dubbio che i mezzi di informazione filtrino le notizie scegliendo quali riportare e quali invece non rendere note: in questo modo ci forniscono i dati essenziali con i quali ciascuno organizza la propria realtà. Il messaggio del film, a mio giudizio è però chiaro: mai dare tutto per scontato, mai eliminare il beneficio del dubbio, la coscienza critica, soprattutto nel caso della tv, che con il suo caleidoscopico fluire di immagini, spesso non permette un’accurata riflessione. Per il resto, i canoni sono quelli tipici di film d’azione anni ’80: dialoghi scarni, battute da superori tra situazioni ironiche e scazzottate. Un punto a favore sono le musiche (fantastica Run Away with You cantata da John Parr) mentre il doppiaggio italiano in quest’occasione, lascia molto a desiderare. April 08 E’ possibile clonare l’amore?Seul, anno 2080. Il poliziotto di nome R riflette sulla sua vita e sull’ironico destino che lo vede protagonista: proprio lui, membro della squadra speciale chiamata a difendere la città dal pericolo dei cyborg clonati si trova a fare i conti con i propri sentimenti che lo legano alla bella ballerina cyborg Ria, giunta ormai al termine della sua “vita”. Le creature cibernetiche infatti, pur essendo costruite a immagine e somiglianza dell’uomo, si differenziano da quest’ultimo per la breve durata della loro vita che li porterà, una volta terminato il loro periodo di esistenza, nel giro di pochi giorni, a spegnersi definitivamente senza rimedio. Il ragazzo vorrebbe trovare un modo per fermare la sorte segnata della sua amata e per far questo è disposto anche a rischiare in prima persona: contatta un folle scienziato, vende microcip di nascosto, tutto all’ombra della legge pur di fermare lo svolgere del tempo che entro poco lo priverà di Ria. Ma la missione è tutt’altro che semplice: un clone ribelle infatti, è entrato nella Neucom, la Compagnia produttrice dei cloni robotici, minacciando di destabilizzare la pacifica convivenza in città. R si troverà quindi a combattere in entrambi i fronti contro il tempo: lo scorrere dei minuti lo allontana sempre più dalla sua amata, ma anche rischia di portare alla distruzione la metropoli nella quale vive e lavora. E purtroppo dovrà affrontare la situazione da solo, senza l’aiuto di nessun’altro al di fuori della sua persona: da un lato Ria che ha iniziato a perdere la propria mobilità, si barrica dietro un malinconico silenzio, dall’altro il suo capitano lo invita a dimenticare tutti i suoi problemi per concentrarsi al meglio sulla delicata missione che attende la squadra di polizia. Il dovere o i sentimenti? La responsabilità verso gli altri o verso se stessi? Abnegazione o egoismo? Il ragazzo sembra pronto a tutto pur di intravedere un futuro di felicità e gioia affianco della sua adorata cyborg, ma le difficoltà e gli imprevisti da superare saranno davvero consistenti. Questa pellicola si presenta nella locandina con la frase: "Finisce l'era di Blade Runner, inizia il mito di Natural City". È bene dirlo subito: nonostante lo sforzo apprezzabile, questo film non ha molto a che vedere con il capolavoro di Ridley Scott il quale, a differenza di quest’opera, è stato in grado di stimolare una profonda riflessione sul rapporto umano nella velocità del dinamismo odierno. Certo anche qui, in alcuni frangenti, si assiste al sogno dell’uomo di replicare in modo sempre più sofisticato la propria vita salvo poi tenerla continuativamente sotto il proprio dominio, ma il tema della paternità e dell’amore vengono trattati di sfuggita, quasi il vero filo conduttore del film fossero le riprese dei combattimenti tra umani e cloni cyborg. L’ambiguità del sogno di potenza dell’uomo che si ritorce contro i suoi stessi simili passa in secondo piano: l’umanità e i sentimenti lasciano il posto ai fiotti di sangue e ai corpi maciullati delle vittime della guerra uomo-non uomo. Un conflitto che non si svolge in nome di una ribellione per fronteggiare la paura della morte, ma che nasce da un sete di potere e di dominio. Insomma lo spessore tra le due pellicole è assai differente. In particolare suscita stupore il personaggio femminile di Ria: è conscia dell’avvicinarsi della sua dipartita ma invece di lottare con tutte le sue forze per impedire che tutti i momenti impressi nella sua memoria “vadano perduti nel tempo come lacrime nella pioggia” (come diceva il buon vecchio Roy Batty), si lascia paralizzare da una non-vita ormai segnata. In questo senso molto più simile a un cyborg appare R, che seppur spinto dall’affetto, si presenta, almeno nella prima parte, come un freddo e cinico calcolatore. Alcuni frangenti sono comunque piacevoli: le scenografie sono ben realizzate e gradevole anche risulta il continuo altalenarsi tra moderno e antico (le navicelle volanti e i fiori, le fantastiche zone virtuali e la lettura dei bastoncini per tentare di predire il futuro, le più evolute tecnologie e il ballo nell’acqua). Anche gli attori forse avrebbero potuto garantire migliori performance: appaiono infatti poco naturali, costretti a recitare atteggiamenti triti e ritriti. Una pellicola tutto sommato avvincente, dal finale un po’ scontato, ma che in definitiva si propone più come film d’azione che come opera di spessore. Forse come detto da qualcuno, è bene considerala come un omaggio (non proprio riuscitissimo) a Blade Runner, più che il suo nuovo capitolo.
Natural City di Byung-chun Min, 2003
p.s.= una curiosità: la versione italiana dura 104 minuti mentre quella originale è di 114 minuti Massima aspirazione: “normalità”Un uomo accusato di pedofilia dopo dodici anni di carcere torna nella sua città natale per tentare di iniziare una nuova vita. Per uno strano gioco del destino la sua nuova abitazione sarà proprio davanti a una scuola elementare: la sfida per tentare di superare il passato diventa allora impossibile per un uomo solo, rinnegato dalla famiglia e da chi, una volta scoperto uno dei volto di Walter, non esista a classificarlo come un mostro senza speranza di redenzione. Certo c’è il lavoro nel quale gettarsi a capofitto, ma negli occhi del giovane la luce per la speranza sembra svanita definitivamente. Il punto cruciale è che Walter per primo si rende conto di quanto sia da condannare il proprio atteggiamento, è il primo a desiderare di poter parlare con delle ragazzine senza doverle necessariamente pensare come oggetti per il proprio piacere, ma privato di qualunque certezza e supporto, spogliato della forza di reagire, vede la sua meta come inarrivabile, circondata da ostacoli più grandi di lui. Nella falegnameria dove lavora tuttavia, nonostante un’iniziale freddezza derivatagli dalla mancanza di rapporti umani, fa la conoscenza di Vickie, una donna forte, intraprendente, che trovandosi circondata da uomini che sembrano apprezzarne solo il fisico, condivide con Walter una certa dose di malessere. I due pian piano scoprono una sintonia che inevitabilmente finisce però con lo scontrarsi con il passato: per quanto tempo riusciranno a nascondere i loro segreti, i loro incubi ricorrenti, le loro paure? E se finalmente troveranno il coraggio di donarsi in tutta la loro essenza, con i propri pregi e i propri difetti, le gioie e i dolori, le emozioni e i rimpianti, le fantasie e i fantasmi, il loro amore crescerà di intensità o finirà con il logorarsi velocemente? Il film diretto da Nicole Kassel, su sceneggiatura di Steven Fechter, è originale e coraggioso; tratta un argomento estremamente delicato: portare sul grande schermo la violenza sui più piccoli benché mai mostrata nella sua crudezza, ma solo velata, non mancherà certo di suscitare un vespaio di polemiche. Il tema centrale del film però, non è la pedofilia, ma la voglia di “normalità” di un uomo che ha sbagliato, ha pagato e che vorrebbe tornare a vivere, ad assaporare la libertà di una persona senza morbosità, senza timore, senza disagio: è Walter stesso un bambino bisognoso di aiuto, che conscio dei propri limiti, è relegato nel suo piccolo, spoglio appartamento, a lottare con la sua fragilità. Non solo: in poco tempo si trasforma nella voce narrante che presenta una storia di decadimento simile alla sua, ma con un diverso interprete: riuscirà a reagire, a capire la portata di quelli che sono stati i suoi comportamenti? La tensione della pellicola è ottimamente resa da Kevin Bacon che, con la sua interpretazione, riesce nell’impresa di comunicare la malinconia di Walter: tristezza e inquietudine che scaturiscono dal sapere di non essere ancora completamente affidabile nonostante le promesse di cambiamento. Una pellicola intensa che non può lasciare indifferenti, che stimola la riflessione, capace di prendere una posizione ma di far comunque capire che i pregiudizi non aiutano certo a migliorare la situazione. A essere puntigliosi forse, due sono però le pecche: la prima è che manca nel film una figura davvero positiva che possa trascinare i protagonisti aiutandoli nelle loro sfide; in secondo luogo forse il copione avrebbe potuto offrire maggiori dialoghi, scavando più in profondità nelle menti dei personaggi: la fisicità di Vickie e Walter in questo senso può finire con il sembrare la medicina ai problemi della coppia, quando invece rappresenta per entrambi solo un assaggio della “regolarità” alla quale aspirano. Il film, made in U.S.A. ma lontano dai clamori di Hollywood, scorre senza grandi pause nei sui 87 minuti, grazie a una regia semplice e sobria, capace però a volte di rallentare il ritmo dell’azione per renderne più carica la visione. |
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